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Il canto
La solitudine è uno dei peggiori mali che
affliggano l’umanità e i giovani costituiscono la fascia d’età
maggiormente a rischio in questo senso.
Comunicare è bello, anzi indispensabile.
Avere bisogno degli altri è meraviglioso, come meraviglioso è il fatto
che gli altri abbiano bisogno di te.
Il canto offre una delle forme
privilegiate di espressione e di comunicazione. Non a caso il canto
corale rappresenta una delle più antiche e frequentate forme di
aggregazione, per la sua insita capacità di far sentire a tanta gente,
nello stesso momento, le stesse emozioni, gli stessi ideali.
Cantare è anche una delle cose più
semplici, al di là delle proprie capacità vocali: si possono esprimere
cose bellissime anche senza essere Mina o Luciano Pavarotti. La nostra
società però, essendo infarcita di compromessi, ipocrisie e falsità, ha
reso complicata una delle forme artistiche più dirette e immediate, il
canto, appunto. Di conseguenza, cantare con naturalezza, che dovrebbe
costituire un punto di partenza, è diventato una mèta.
Il piacere del canto, perché comunque di
piacere si tratta, non esclude però un percorso fatto di approfondimento
e impegno.
Agli uomini non è consentita alcuna vera
gioia che non preveda anche dei momenti di sacrificio. Il risultato
finale, però, proprio per questo, può essere ancora più esaltante: solo
chi ha visto il buio può apprezzare il valore della luce.
Molto superficialmente si può pensare che
per essere dei buoni cantanti basti una bella voce; non è così: esistono
voci bellissime che comunicano solo mediocrità e negatività. Esistono
invece voci apparentemente meno sontuose che, con discrezione, ma anche
con determinata semplicità, sanno arrivare all’anima.
Già… l’anima! In sintesi ogni espressione
artistica è degna di essere ritenuta tale se sa arrivare all’anima. Il
risultato finale, nell’incontro tra pubblico ed artista, deve essere
quello di una conquistata unità spirituale: ad un certo punto non deve
esserci più separazione ideale tra il cantante (o l’attore, o il
ballerino…) e il pubblico, il quale, entrato in sintonia con l’artista,
canta, recita, balla con lui e, quando applaude o grida “bravo”, è come
se lo dicesse a se stesso. Quando questo succede vuol dire che sono
cadute tutte le barriere che negano la vera comunicazione e non ha
nemmeno senso parlare di umiltà o presunzione: il pubblico e l’artista
prendono semplicemente atto di una realtà che sfiora il soprannaturale.
“Lasciarsi andare” mentre si canta: ecco
una bella realtà! Probabilmente la differenza tra veri artisti e
sedicenti tali risiede proprio in questa semplicissima regola: la
capacità di lasciarsi andare, che non vuol dire abbandonarsi agli
istinti peggiori, ma, più propriamente, avere accumulato una tale
conoscenza della tua persona e del mondo che ti circonda, una tale
padronanza dei tuoi mezzi e delle meravigliose possibilità offerte dalla
vita, che ti viene spontaneo esprimerti col canto, con la stessa
naturalezza con cui respiri.
Dicevo prima dei vizi di espressione
causati da certa nostra “civiltà”: è tristissimo vedere dei ragazzi che,
quando salgono su di un palcoscenico, si sforzano di usare
sfacciatamente tutte quelle scorciatoie che possono portare al successo
facile.
Il successo: ecco la parola chiave su cui
convergono meriti, ma anche enormi miserie. Il successo, per essere
davvero ritenuto tale, non può prescindere dalla qualità del tuo
percorso. Il machiavellismo può avere senso in politica, forse, ma non
nel mondo dell’arte: arrivare sgomitando, usando ogni mezzo, a qualunque
costo, è semplicemente vergognoso, è semplicemente non artistico.
Il successo, indubbiamente bello da
raggiungere, può dirsi tale solo se arriva come naturale conseguenza di
quello che sai fare.
L’espressione del canto è talmente
personale e insieme misteriosa da permettere a chiunque di trovare un
suo modo, assolutamente unico, inconfondibile. In questo senso è utile,
ma anche rischioso l’uso che si può fare dei modelli artistici. Un vero
modello è quello che ti stimola a migliorarti, a studiare, a trovare una
tua dimensione. Un uso distorto dei modelli, invece, porta a quella
inqualificabile moltiplicazione di replicanti senz’anima di personaggi
baciati dalla fortuna: è inutile ribadire l’inconsistenza artistica di
tanti che in scena ripetono meccanicamente gesti, modi ed espressioni
vocali copiati da artisti già consacrati dalla fama.
C’è chi pretende che l’espressione
artistica debba essere asettica in quanto a tensione morale: si dice,
troppo spesso, che l’artista deve solo rappresentare, senza dare un
giudizio a quello che sta rappresentando. Nulla di più ingannevole: per
cominciare, non esiste rappresentazione che non comporti un giudizio
personale, inoltre, in un momento storico come il nostro, in cui il
cosiddetto “villaggio globale” ha frammentato e mescolato ogni
espressione umana, l’artista non può lasciarsi scappare l’opportunità di
dare una propria lettura a tutto quello che osserva, investendo di
naturale moralità ogni sua espressione.
Naturalmente un docente non deve imporre
nulla; deve solamente identificare e stimolare le doti artistiche,
evidenti e spesso nascoste, di ogni allievo. Lo sviluppo di ogni
personalità artistica è sempre intrigante e pieno di meraviglie: basta
solo trovare e percorrere la propria strada.
Giovanni Paolo II ha segnato un prima e un
dopo nel mondo dell’espressione artistica. Prima di Lui gli artisti
erano stati chiamati spessissimo a portare il loro contributo
fondamentale nella costruzione del bello. La novità del grande Papa, che
tanto continuiamo ad amare, è stata quella di saper parlare agli artisti
“dal di dentro”, essendo stato Lui stesso un artista ed avendo, di
conseguenza, avuto Lui stesso l’opportunità di parlare agli altri, di
incontrarli nella loro più profonda umanità, proprio facendosi scaldare
la propria anima (e che anima!) dal sacro fuoco dell’arte.
(Franco Simone – Ottobre 2008)

Il
mio "Dizionario dei Sentimenti" televisivo.
Dalla A di amicizia e amore alla V di vita, passando per la M di musica.

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